Circeo: un promontorio dal profilo di donna

Circeo: un promontorio dal profilo di donna

Le forme sinuose del promontorio di San Felice Circeo da secoli stimolano l’immaginazione dei suoi abitanti, di naviganti e viaggiatori che vi si sono imbattuti.

Gli uomini hanno scorto tra le sporgenze del massiccio roccioso le figure più svariate: osservando il Monte Circeo da Anzio o dai Colli Albani, mano a mano che si avanza dalla pianura, esso sembra assumere le sembianze di una figura di uomo dormiente, con la testa ad Ovest (il picco di Circe) ed il corpo ad Est. Se lo si guarda dalle altre città della costa laziale, il promontorio spicca all’orizzonte come un’isola incantata e di fatto nei tempi antichi doveva essere circondato dal mare su tutti e quattro i lati; non è un caso che venga identificato con l’Isola Eea (terra della Maga Circe) dell’Odissea di Omero. L’interpretazione che si è imposta prepotentemente, scolpendosi nell’immaginario di ognuno di noi è però quella che ci induce a vedere nelle curve frastagliate del promontorio un profilo di donna adagiata dolcemente sulle acque, con la folta chioma che lambisce il mare. Il nasino alla francese, rivolto verso l’alto a sfidare il cielo, è rappresentato dalla vetta del promontorio (il cosiddetto “Picco di Circe”). Ma chi si nasconde dietro quella figura muliebre di grande fascino? Circe, la maga dell’Odissea omerica che tramutò in porci i compagni di Ulisse, di cui sin troppe volte abbiamo parlato, soprattutto in riferimento al suo legame storico e mitologico con San Felice Circeo.

Oggi però vogliamo focalizzare la nostra attenzione su Circe donna, la cui figura ha attraversato i secoli immune al trascorrere del tempo, considerata in ogni momento  attuale per la sua irriverenza e per il suo anticonformismo. Circe è divenuta nell’arte e nella letteratura l’emblema delle femme fatale, della donna che usa consapevolmente la propria avvenenza e la propria sensualità per irretire e far capitolare gli uomini. Viene rappresentata quasi sempre con abiti succinti e l’attributo della verga, la bacchetta con la quale compiva i suoi incantesimi, che certamente non connotavano il suo personaggio come fatina buona, ma come vera e propria “strega”. Il tragediografo greco Euripide e successivamente anche Diodoro Siculo la descrivono come zia di Medea, anch’essa maga e personaggio passato alla storia come simbolo della follia femminile, capace di terribili vendette. Quello della “mangiauomini” è un cliché che Circe non è mai riuscita a scrollarsi di dosso, ma che oggi vorremmo provare a ribaltare. E se le magiche misture di Circe servissero per medicare e curare, anziché solo a trasformare gli uomini in fiere? E se dietro quella figura di donna diffidente e provocatrice si celasse una fanciulla bisognosa di protezione, che, vivendo da sola, voleva solo difendersi dalle molestie di quegli uomini che ambivano a possedere la sua bellezza? In un romanzo che ha vinto il Premio Strega nel 1995, “La Chimera”, di Sebastiano Vassalli, che narra di una storia vera, accaduta in tutt’altra epoca, il 1600, nella Pianura Padana, si parla di una giovane molto attraente che fu accusata ingiustamente di stregoneria, perché aveva l’unica colpa di far innamorare gli uomini. Si chiamava Antonia la ragazza dalla folta chioma nera e tanto bella da essere scelta da un pittore come modella per un’effigie della Madonna. Tra i reati che le furono attribuiti c’era quello di essere in possesso di vasetti contenenti erbe aromatiche, che a detta di Antonia erano profumi che utilizzava durante i giorni del mese in cui era indisposta, invece per l’Inquisizione erano il segno tangibile della pratica di arti magiche. Come fa questa giovane avvenente della provincia di Novara a non ricordare Circe e forse tutte quelle donne che nei secoli hanno subito il torto di essere ridimensionate, compresse e ridotte a cliché? Se è vero che il Circeo è una terra così bella e così ricca, non possiamo credere che la sua regina sia un’eroina quasi totalmente negativa, ma siamo persuasi che la bellezza di questi luoghi sia frutto anche di quella “bacchetta magica”, che non sempre inaspriva le forme, ma molto spesso le addolciva, come solo una donna è capace di fare.